Paolo Rumiz: abbazie, muri e pertugi

 

Non potevano darsi premesse migliori: ne Il filo infinito l’autore riscopre San Benedetto e il filo di monasteri che innerva l’Europa. E soprattutto immagina che per tornare alle sue radici spirituali anche l’Europa odierna debba passare per un periodo di macerie.  Che anche oggi pochi uomini potrebbero, appartati, costruire formidabili bastioni contro la dissoluzione. Custodendo la verità per i tempi futuri. 

Mi si apre il cuore a leggere queste frasi. E non pensate che questa aspirazione sia strettamente confessionale: tutto sommato ai monasteri del Medioevo corrispondono oggi piccoli siti di uomini, anche agnostici o atei, uniti dai fili del web, estranei ai teatrini mondani, che rifiutano la barbarie del globalismo.

 

Ma qual’era la caratteristica fondamentale di quei presidi? L’accoglienza, sostiene lo scrittore. Vero è che i monasteri accoglievano i pellegrini, e anche alcuni fuggitivi ma di certo non era quello il primo scopo dei monasteri, molto più vicini al romitaggio che al resort. Rumiz sembra cogliere, nella storia e nei colloqui con scelti monaci, solo l’apertura e la capacità di accoglienza delle abbazie. Dimentica – o fa finta di dimenticare - che il monastero era principalmente un luogo sicuro, sorvegliato e difeso da un rude custode. Nella leggenda francescana sulla perfetta letizia, il Santo, nella sua ricerca di sofferenze e umiliazioni immagina – spera - che non riconoscendo lui e il suo confratello al loro ritorno al monastero, il portinaio “uscirà fuori con uno bastone nocchieruto, e piglieràcci per lo cappuccio e gitteràcci in terra e involgeràcci nella neve e batteràcci a nodo a nodo con quello bastone”, trattamento evidentemente usuale per gli estranei.  

 

Il punto è che Rumiz vede barbarie in un solo aspetto della nostra epoca: la chiusura verso lo straniero, in particolare il sospetto verso i clandestini. Delle infinite vesti della barbarie odierna – occorrerebbe un’enciclopedia - una sola turba l’angelico triestino.

Ogni tanto, va detto, Rumiz lamenta genericamente la crisi, le guerre, ma mai come effetto diretto e voluto della globalizzazione, bensì come conseguenza del RITORNO degli egoismi nazionali. Chissà dove si erano ficcati gli egoismi nazionali nell’ultimo mezzo secolo. Evaporati. La Francia? Un esempio eterno di disinteresse, di filantropia, di accoglienza. I Servizi di Sua Maestà? Un’agenzia di babysitter per i rampolli Windsor. Avendo l'Italia svenduto  gli interessi nazionali per decenni, Rumiz crede di poter affermare che tutti gli europei abbiano fatto lo stesso. I cattivi ora sarebbero - udite udite - gli ungheresi. Più di una volta Rumiz lamenta che l’Europa si lascia dettare l’agenda dagli ex paesi satelliti, Polonia, Ungheria, insomma i paesi dell’ex patto di Varsavia. Lo scrittore con uso di mondo si figura Juncker e Von der Leyen tremebondi, col taccuino in mano. Teme di vedere, come i democristiani decenni fa, i cosacchi abbeverare i cavalli in Piazza San Pietro. Sono loro, sostiene, che non aspettano altro di “mettere in gabbia le nostre democrazie, fare di noi una colonia e completare il saccheggio del Pianeta”. Nelle abbazie benedettine si coltiva erba buona.

 

Ah, le abbazie di una volta, quando l’Europa non aveva confini! Ne siamo certi? L’Impero, finché è durato, ha cancellato molti confini dalle carte, è vero, ma c’erano meno confini nazionali perché c’era un confine ogni dieci passi. Le città o erano murate o non erano tali. Le mura erano il presidio sacro della loro difesa, e le porte, sbarrate a chiunque di notte, erano caselli dove pagavano dazio anche le persone. Nei testi che ho consultato io c’è scritto che “nel Trecento il mercante che voglia percorrere il fiume Reno con le sue merci deve pagare una cinquantina di tasse di transito, che diventano più di trenta sull’Elba e oltre settanta sulla Loira”. Ricordate Troisi e Benigni? Un fiorino! Ma… noi veramente… Un fiorino!!!

Cosa contraddistingue ancor oggi le nostre città? Le Porte, in tutta la loro monumentalità, il loro splendore, il loro senso. Porte, pusterle, varchi. Il controllo dell’accesso. Certo, oggi hanno demandato la loro funzione ai sacri portali metal detector, dopo le gimkane dell’accesso ai controlli aeroportuali.

 

Ricordo un episodio curioso che mi è capitato al paese. Da noi “campagna” sta quasi sempre a significare casa di campagna (altrimenti parliamo di terreno o di fondo) perciò quando un conoscente mi invitò a visitare la sua campagna ero certo che intendesse farmi vedere la sua villetta. Mi ritrovai davanti a un lungo muro di cinta, la cui parte superiore era costituita da costose inferriate in ferro battuto verniciato a polvere, intervallato da colonne sagomate sempre in tufo, C’erano due ampi ingressi, uno per il viale vero e proprio e uno “di servizio” per i mezzi agricoli. Mi apprestavo ad entrare in cerca dell’edificio ma il proprietario (settantenne) mi deluse: “no, non c’è una casa; sai, quella poi, con calma”. Sembra un caso limite, sì, ma anche chi fondava una città erigeva prima le mura. E qui intorno le mura di cinta sono sempre più imponenti dell’edificio che proteggono. Ogni terreno, sia pure incolto, è comunque ben segnato da un paio di colonne, magari senza cancello. C’è una necessità atavica e insopprimibile per tutti gli uomini, in ogni epoca, in ogni latitudine: quella del confine. E’ stato sostenuto che l’unica costruzione umana visibile dallo spazio sia la Muraglia Cinese. Che non sia servita a molto conta poco. Milioni di uomini ci hanno lavorato come a qualcosa di sacro.

 

Inevitabilmente, a un certo punto, lo stesso Rumiz si tradisce. Ricercando il motivo del fascino esercitato su di lui dal monastero, riconosce che “La felicità sta nel perimetro. Lo spazio chiuso… Il confine all’interno del quale il mondo può entrare solo in punta di piedi”. E, più avanti (pag. 35): “Ti vien voglia di barricarti dietro un muro di cinta”. Arrocchiamoci a Capalbio, via.

 

 

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Commenti: 1
  • #1

    Michele Caliandro (sabato, 01 febbraio 2020 13:17)

    Giusto.